Nostalghia

Nostalgia , caro Eligio, hanno i tuoi amici di te. Un abbraccio tutto tondo da tutti noi.
– messaggio per Eligio –
Benedizione di Padre Pio

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Film di genere: drammatico

no alla pirateria sui film, rispettiamo l’arte di tutti.

SINOSSI

Un film di : Andrej Tarkovskij CON Erland Josephson, Domiziana Giordano, Oleg Yankovsky, Piero Vida – Vincitore del Grand Prix du cinéma de création al Festival del cinema di Cannes. – Durata mn. 130 – URSS 1983 – musica composta da ….. François Couturier

In compagnia di una amica bionda italiana, un intellettuale russo viaggia in Italia, sulle tracce di un musicista del Settecento. Un giorno incontra un uomo dimesso dal manicomio………….. Ma è la nostalgia per la madre patri Russa a consumarlo….

Commento di Manuela De Zulian

Ci sono diversi aspetti in questo film di notevole interesse. Ne sviluppo brevemente alcuni. Come a Tarkovskij appaiono le donne italiane, come ne mostra la miseria spirituale? Mostra due prototipi di donna ( rappresentate dalla protagonista e dalle donne in preghiera ) solo apparentemente diversi: le une vedono come realizzazione personale il diventare madri, e dunque adempiere alla propria funzione biologica, e le altre sono coloro che si vedono come mero oggetto di piacere e desiderio per l’uomo. Le donne che non riescono a rendere vera la propria visione dell’essere donna diventano fortemente frustrate e ricorrono a tutti i mezzi pur di “realizzarsi”: le une si inginocchiano e pregano intensamente , le altre ricercano l’attenzione dell’uomo e si offrono anche quando appare chiaro che l’uomo in questione non è interessato. Questo considerare sé stesse in questo modo appare chiaro quando Tarkovskij fa sì che la protagonista chieda al sagrestano “ Perché solo le donne si raccomandano tanto?” e poi quando il sagrestano risponde che le donne servono a fare figli, (lui afferma di essere un uomo semplice, dunque uno che non analizza tanto, e che si basa sulle apparenze) e lei di rimando chiede “e non servono a niente altro?”, facendo capire di pensare che le donne sono perché “servono” a qualche cosa. E questo lo fa dire ad una donna, così che ci fa capire che siamo noi donne a pensarla in questo modo. Dunque a me pare che Tarkovskij mostri a noi donne quanto siamo vittime di noi stesse, della nostra concezione dell’essere donne, e non riusciamo a vivere come esseri umani validi oltre la capacità di generare figli o di attrarre gli uomini pur potendolo fare. Tarkovskij deve avere un grande amore e una grande considerazione per le donne per mostrare loro così chiaramente i limiti di un certo modo di porsi, e dare una grande speranza di elevarsi oltre questi cliché.

Notevole trovo anche il passaggio in cui fa dire al “matto” che una goccia più una goccia non fa due gocce, bensì una goccia più grande, e poi all’interno della casa ha scritto a caratteri cubitali : 1+1=1. Confesso che la scritta in un primo momento mi ha infastidito, e ho dovuto riflettere: convenzionalmente sappiamo tutti che 1+1=2, cosa intende dunque dire che fa 1? Credo stia presentando la verità ultima: nel Buddhismo vengono considerate 2 verità, una convenzionale e una ultima. Quando una cosa viene messa insieme ad un’altra, diventa qualcosa di diverso e questo è possibile perché non c’è niente che esista indipendentemente, dalla propria parte, autonomamente. Dunque “convenzionalmente” 1+1=2, ma non è impossibile vedere che si può anche dire che 1+1=1.

Vedo inoltre una analogia tra l’attraversamento dello stagno ormai senza acqua, con la candela accesa, e la presentazione dei tre sentieri nel Buddhismo : uditori, realizzatori solitari e bodhisattva. Tutti e tre ottengono la luce della saggezza (rappresentata dalla candela accesa), ma si dice che i realizzatori solitari abbiano un accumulo di saggezza più vasto degli uditori, (il secondo tentativo di attraversare lo stagno è un po’ più in là), ma solo i bodhisattva arrivano fino in fondo, allo stato di Buddha, poiché uniscono alla saggezza il metodo. Il fatto che il protagonista non si limiti a riaccendere la candela dove si trova, ma torni all’inizio, per me rappresenta proprio ciò: l’uditore e il realizzatore solitario devono riprendere dall’inizio (pur possedendo il lato della saggezza) per acquisire il lato del metodo. Naturalmente alla fine del percorso il protagonista muore, poiché al raggiungimento dello stato di Buddha cessa l’essere senziente e diventa appunto un Buddha.

Tutto ciò secondo me è anche rappresentato quando il protagonista subito dopo appare sul bordo di una pozzanghera in cui si riflettono i tre archi delle finestre dei ruderi di una chiesa: anche i tre sentieri sono come dei riflessi, non esistono veramente; ma quando la cinepresa si sposta e mostra i tre archi delle finestre non più riflessi, percepisco che Tarkovskij ci indichi che convenzionalmente esistono e si concludono nel cerchio finale, lo stato di Buddha. Poiché c’è un unico sentiero finale.